Federica Lotti Biennale Musica 2012

Federica Lotti Biennale Musica 2012 (Kinematrix)

di Misha Noise CC

“Non mi sarei mai aspettato di trovare cosí tanta gente alle tre del pomeriggio d’un uggioso martedí ad assistere a un concerto di musica contemporanea e elettroacustica.

Immaginavo d’arrivare e trovare la sala vuota, i tecnici in attesa ai banchi, i varî addetti ai lavori, i compositori e gli esecutori, pochi interessati e tante file vuote.

Invece, la sala concerti del Conservatorio Benedetto Marcello era gremita, tanto che diversi spettatori si sono dovuti accontentare d’un posto in piedi.

La presenza scenica è dominata da Federica Lotti mentre l’altro esecutore della matinée, Alvise Vidolin, non è immediatamente visibile al pubblico perché impegnato al banco e al computer.

La sala è attrezzata con casse sistemate lungo tutto il perimetro, per permettere la manipolazione spaziale del suono che avverrà in séguito. Federica Lotti ha con sé il suo flauto, un flauto basso e, non immediatamente visibili al pubblico, un woodblock e una campana tibetana di piccola misura. I microfoni sono disposti per catturare i flauti e le percussioni.

Il primo pezzo che ci viene proposto è “Per la meccanica dei flauti” di Agostino Di Scipio, altra figura importante nel campo della musica elettroacustica.

Il pezzo, come da titolo, si dedica per alla meccanica dello strumento in questione. Senza soffiare e usando solo le chiavi che chiudono i fori che normalmente alterano l’altezza della nota, s’inizia a creare una situazione ritmica frenetica ma non completamente priva di tonalità, in quanto il meccanismo di chiusura agita impercettibilmente la colonna d’aria dello strumento andando cosí a creare dei colpi secchi e intonati, anche se per pochissimi istanti. Il ritmo delle chiusure rapide delle chiavi viene pescato inoltre dai microfoni e rielaborato in tempo reale, andando a creare granulosi strati di suono.

Ci sono dei passaggi al flauto basso che non viene suonato convenzionalmente e s’avvale di tecniche estese usando, oltre al soffio, lingua e labbra, colpi secchi e aspirazioni. Le note gravi dànno la porzione meno ritmica della composizione.

Di certo un uso originale dello strumento che sembra essere il piú amato tra i compositori elettroacustici, che dà una netta prevalenza ai rumori che il flauto produce senza essere propriamente suonato, elevandoli a materia base e portante del brano.

Segue “Alle tacenti stelle – Ipazia àchranton àstaron” di Luigi Sammarchi. Ispirandosi alla figura d’Ipazia, Sammarchi in questo brano fa uso del flauto in maniera meno radicale di Di Scipio, e integra aspirazioni dal flauto a registrazioni di frammenti che partono dall’antica Grecia e arrivano fino a Leopardi. L’esecutrice canta nel flauto e le modulazioni risultati vanno a fondersi prefettamente con le registrazioni dei brani, in passaggi minimi e eleganti. La voce dello strumento diventa voce umana e il tutto viene fatto circolare nella sala cambiando il panorama sonoro dalla centralità della musicista a un paesaggio parlato in movimento.

Con Ambrosini e il suo “Classifying the Thousand Shortest Sounds in the World”, dal titolo accattivante, torniamo all’uso del flauto come situazione ritmica data dal movimento delle parti meccaniche dello strumento. Unico pezzo della giornata che non fa uso di elettronica e s’incentra tutto sulla velocità, sulle chiavi che come nel pezzo di Di Scipio suonano cromaticamente, su aspirazioni e soffi improvvisi nello strumento. La tessitura qui è data dalla frenesia dei mille suoni piú brevi del mondo.

Unico compositore non di casa è Tao Yu, classe 1981, che con “Peach Blossom Fan”, commissionato da Art Zoyd, ci porta per 10 minuti in una distorsione del settecento cinese, all’inizio della dinastia Qing. Anche qui la meccanica del flauto viene usata come materiale, ma questa volta sono le chiavi del flauto basso a essere usate. Il testo in cinese (che per qualche misteriosa ragione nel libretto è tradotto solo in inglese) viene trasmesso in sala, a volte rovesciato, muovendosi intorno all’audiorio. Il flauto suonato diventa quasi voce, fondendosi bene col testo recitato (purtroppo in un pessimo cinese). I richiami all’oriente, oltre al testo e l’argomento del pezzo, sono dati dal flauto, a tratti suonato similmente a un dizi e alla campana tibetana che, a destra della flautista, viene percossa regolarmente dando una scansione regolare del tempo. La performance è purtroppo monca della parte visiva, che nell’intenzione del compositore doveva essere formata da una serie di luci comandate dalle diteggiature del flautista.

A chiudere il concerto abbiamo “L’ultima regola del gioco”, scritto da Corrado Pasquotti espressamente per Federica Lotti. È forse il pezzo che racchiude quasi tutti gli elementi dei pezzi precedenti, eccezion fatta per le voci recitate o cantate. L’unico altro strumento assieme al flauto è il woodblock, che punteggia il brano. L’elettronica è vasta e ben applicata, ritardi sulla linea, alterazioni dell’altezza e del timbro e soprattutto le spazializzazioni, unite alla maestria della Lotti per il suo strumento ci porta in una struttura apparentemente caotica ma a ben sentire estremamente strutturata a livello molecolare.”

Precedente Il flauto magico di Federica Lotti ricorda le stagioni di Venezia